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Hans Castelijns
Medico Veterinario - Maniscalco
D. V. M. - Certified Farrier

Quando si frattura l'osso del piede

Pubblicato con il titolo "Falangi a rischio". Cavallo Magazine n°167 Ottobre 2000

Generalmente una frattura completa di uno delle ossa dell'arto del cavallo determina la fine della carriera sportiva del soggetto; la difficoltà sta nel ridurre la frattura con mezzi di contenimento della stessa abbastanza robusti per un animale di 500 kg. o più, al qual è impossibile sottrarre l'arto colpito completamente all'appoggio. Un'eccezione importante è quella della frattura dell'osso del piede (terza falange) grazie al fatto che quest'osso è contenuto dentro della scatola cornea dello zoccolo.

Le cause di frattura della terza falange:

Escludendo i cosi dette fratture patologiche dovute ad un previo indebolimento del substrato osseo della IIIª falange (ex. rarefazione ossea) le cause sono sempre traumatiche. Cosi l'osso del piede di un posteriore può fratturarsi nel caso di un violento calcio contro un oggetto duro. Un anteriore può fratturarsi in seguito alla forza di contusione mal ripartita in curva ad andatura veloce oppure alla torsione-compressione esercitata in queste condizioni dalla seconda falange sull'osso del piede. L'impatto su sassi o comunque su un terreno duro sconnesso ad alta velocità può interessare tanto un posteriore che un anteriore.

La diagnosi si basa sul riscontro di una zoppia di IV° grado (sottrazione totale o quasi all'appoggio) ad insorgenza improvvisa, di dolore intenso alla palpazione con la tenaglia e di un esame radiologico di conferma. Le fratture della IIIª falange vengono distinte in base alla sede, estensione, direzione et, ma la differenziazione principale è sicuramente tra fratture articolari, cioè che s'estendono fino all'articolazione interfalangea distale (triangolo-corono-navicolare) e quelle non articolari.

La previsione (prognosi) di un ricupero funzionale totale è certamente più delicata nel caso di un interessamento articolare perché il callo osseo che si forma può causare un gradino o comunque un'irregolarità sulla superficie articolare predisponendo ad un'artrosi permanente.

Ferratura:

L'intima connessione che esiste tra la scatola cornea e la IIIª falange, chiamata l'ingranaggio dermo-cherafilloso, fa sì che abbiamo una specie di contenimento naturale della frattura. Quest'apparato sospensore della IIIª falange è pero dinamico e flessibile. Se l'elaterio dello zoccolo con i suoi movimenti di diastole e sistole è un pregio nel piede sano, in questo caso rappresenta un fattore negativo perché l'esuberanza del callo osseo che si formerà è in rapporto diretto con il grado di mobilità. In pratica la ferratura terapeutica per la frattura della IIIª falange ha obiettivi diametralmente opposti alla ferratura di un piede normale; deve evitare il più possibile il movimento elastico della scatola cornea.

Il metodo migliore consiste nell'applicazione di un ferro a quattro barbette; due davanti e due dietro al punto più largo dello zoccolo. Inoltre è consigliabile un inserto a “cuore” che evita il contatto tra fettone e terreno (o meglio lettiera visto che il paziente va incontro ad una lunga stabulazione). Il fettone non deve nemmeno prendere appoggio su quest'inserto. (vedi foto) Alla prima applicazione il piede lesionato è molto dolente perciò può rendersi necessaria un'anestesia locale (perineurale palmare o plantare). A volte se ne può fare a meno pareggiando a caldo (cosi le barbette s'alloggiano con il minimo uso del martello) e usando pochi chiodi (quattro sono più che sufficienti, sono le barbette che “tengono”). Inoltre la prima volta è preferibile non sferrare e/o pareggiare il controlaterale.

Evoluzione:

L'infiammazione iniziale e il maggior apporto sanguino che questo comporta fanno si che anche in assenza di movimento lo zoccolo abbia una tendenza a crescere ad un ritmo accelerato. Generalmente s'impone una riferratura entro 4-5 settimane. A questo punto il dolore è diminuito abbastanza da permettere un pareggio agli altri piedi; preferibilmente prima d'iniziare sul piede fratturato. Tolto il ferro (con cura e senza far leva tra zoccolo e benda del ferro ma togliendo chiodo per chiodo con l'uso di una tenaglia a “dente di topo”) e dopo il pareggio è il momento ideale per una radiografia di controllo.

Questa procedura si ripeterà diverse volte e comporta una modificazione della scatola cornea che progressivamente diventa più stretta, ma finche i Radiogrammi e i sintomi clinici non indicano una guarigione ben avviata bisogna insistere nel “bloccaggio” di ogni forma d'elaterio. La modificazione del diametro trasversale del piede dipende molto dalla conformazione iniziale dello zoccolo; è maggiore per i piedi a muraglia fine, ampia ed elastica (iperconici), ed è minore per piedi a muraglia grossa, resistente. E comunque un prezzo da pagare per avere le maggiori possibilità di successo. Questo progressivo restringimento obbliga anche a modificare la forma del ferro ogni volta che s'applica. Quando i sintomi indicano un netto miglioramento (intorno ai 3-4 mesi), si può passare ad un ferro di “transizione” con due barbette laterali piazzati nel punto più largo dello zoccolo e una barbetta in punta che evita che il ferro si sposti all'indietro, lasciando in questo modo un po' più di libertà ai talloni. La tavola a “cuore” può essere sostituita da una barra diritta o a “uovo”. A guarigione della frattura completata (Radiogrammi, assenza zoppicatura), raramente prima di 5-6 mesi, inizia la lunga riabilitazione mirata tanto al recupero della condizione fisica generale dopo la lunga sosta, che all'allargamento dello zoccolo incastellato. Quest'ultimo può necessitare anche d'altri otto mesi fino a riprendere la forma e larghezza primitiva. In questa fase si può gradualmente aiutare l'espansione del piede ferrando senza barbette laterali, con pochi chiodi verso la punta e con l'uso di un sedile eccentrico oppure con un esercizio moderato su terreno morbido senza ferri.

La frattura longitudinale completa della terza falange può anche essere ridotta con l'applicazione di una vite di compressione tramite un intervento chirurgico attraverso una finestra realizzata nello zoccolo. Quest'intervento, dove le difficoltà maggiori consistono nell'allineamento perfetto della vite e nell'asepsi di una regione facilmente inquinata come è quella del piede, verrà comunque abbinata ad una ferratura contenitiva dopo la rimozione del gesso iniziale. Il vantaggio dell'intervento chirurgico è soprattutto il minor tempo impiegato dal cavallo nella guarigione e nella sua riabilitazione.

Conclusione:

La frattura della IIIª falange richiede nella sua terapia una stretta collaborazione tra il veterinario ed il maniscalco oltre alla pazienza e disponibilità del proprietario. Riuniti questi elementi indispensabili, la prognosi è abbastanza favorevole anche in quelli casi più gravi che interessano la superficie articolare.

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